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“Qual è la cosa che ti piace di più. La cosa che, potendo, non smetteresti mai di fare?”.

Sottopongo spesso le persone che si affidano alle mie cure a questo piccolo test la prima volta che le incontro. Una domanda che, ovviamente, non ha alcun intento diagnostico (e non lo vuole avere), ma le cui risposte, come potete intuire, possono essere foriere di tante interessanti riflessioni.

Ci sono, ad esempio, coloro che non sanno che dire perché nulla li entusiasma, o quelli che non sanno che dire perché, al contrario, troppe cose li appassionano e faticano a scegliere. Ci sono poi le risposte che sottolineano le tendenze di un’epoca. Quelle che, invece, caratterizzano l'età dell’interrogato e quelle che ne divergono proiettandolo in un altrove anagrafico. Oppure ci sono le risposte bizzarre, che meritano una loro considerazione a se stante per la loro irrilevanza statistica… Insomma, ogni restituzione abbozza un mondo (quello del curato) e stimola il flusso di un disegno a me fondamentale per poterli al meglio aiutare.

Nel corso degli anni ho potuto così stilare una piccola classifica misurando le corrispondenze tra queste tendenze e la capacità del soggetto di rendere efficaci gli stimoli terapeutici, abbassando le resistenze e favorendo il cambiamento.

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Stravince, tra tutte le possibili risposte, quella di coloro che hanno un rapporto di autentico godimento e profonda interazione con l’arte, disposizione che però riguarda un numero davvero esiguo di persone; mentre risulta statisticamente più rilevante e non meno efficace chi matura questo rapporto con una particolare porzione del grande contenitore “Arte”, ovvero quella della narrativa.

Uscire dalla relazione prettamente estetica, storico-critica o contemplativa con l’arte, per acquisirne i profondi benefici esistenziali cui rimanda, è -infatti- passaggio assai complesso, cui difficilmente si giunge senza il supporto di un percorso specifico. La narrativa, invece, per sua naturale caratteristica, trascina più facilmente il lettore in quegli stessi anfratti in cui l’arte dispone i suoi intrugli medicamentosi.

Non che i non-lettori siano destinati a fallire nella relazione terapeutica, per carità (i nostri interventi hanno una media di successo attorno all’87% lettori o non lettori che siano) ma, senz'altro, questa mia piccola personale indagine, racconta che i lettori hanno diverse chances in più per uscire vittoriosi dal loro malessere o, comunque, per uscirne più in fretta.

Per chi ha potuto riflettere sui significati profondi della narrativa non sarà certo una sorpresa. Già Umberto Eco marcava la profonda differenza tra “un lettore” è “Il Lettore”: il primo consuma le pagina per passatempo, il secondo si porta per sempre incise nella schiena le pugnalate inflettigli dal Bruto shakespeariano -figurarsi il non lettore.

Questi segni che la narrazione sa lasciare nel Lettore con la “L” maiuscola (colui che partecipa attivamente ai drammi e alle gioie della trama, tanto da con-fondersi in essa), costituiscono una vera e propria mitobiografia: un surplus di esistenza e di esistenze pseudovirtuali che si aggiungono alla vita, per così dire, «reale» e ne espandono le esperienze emotive, visive, mnemoniche, oltre i limitati spazi del corpo fisico.

impara un metodo di studio efficace
Leggere, in questo senso, non è dunque solo un piacere dei sensi, un piacere estetico, ma la possibilità profonda di evadere la nostra esistenza oltre i confini dello spazio e del tempo, del possibile e del reale. Grazie alla lettura posso naufragare su un’isola deserta e imparare, come Robinson Crusoe, a gestire le fatiche della sopravvivenza; posso attraversare le galassie a bordo dell’Arkadia di Isac Asimov, perdere la vita in un carcere del Kansas insieme al Perry Edward Smith di Truman Capote, o con l’Achille di Omero nella guerra di Troia.

Questo surplus di vita, che la “vita reale” non sarà mai in grado di restituire, costituisce (come immagino sia facilmente comprensibile) un patrimonio inestimabile di opportunità strategiche, di capacità risolutive, di alternative efficaci, tanto più valide in quelle situazioni in cui, per diversi motivi, incontriamo un ostacolo, inciampiamo, finiamo in una delle tante possibili buche che la vita ci riserva e, allora, da lì, dobbiamo ingegnarci per costruire un qualche tipo di scala che ci permetta di tornare in superficie o, come nel caso della terapia, dobbiamo sfruttare adeguatamente le scale che il terapista costruisce per noi, affinché si possa tornare a riprendere il cammino del benessere.

Come molti studi hanno testimoniato, leggere non è semplicemente un’attività che stimola la nostra immaginazione o le nostre emozioni, così come riduttivamente si tende a credere. La risonanza magnetica funzionale del cervello ha evidenziato come, durante la lettura, diminuiscono i picchi di stress e aumenta la condizione di relax, con una percentuale addirittura superiore all'ascolto della musica o al camminare.

Se, invece, leggiamo una metafora che in qualche modo si riferisce ad esperienze tattili, ecco che si attivano le stesse regioni del cervello che sono implicate quando tocchiamo realmente qualcosa.

Stessa cosa accade con le aree del cervello deputate a produrre i processi empatici e la cosiddetta “intelligenza emotiva”, amplificando quella “teoria della mente” che è alla base della nostra capacità di intuire e capire gli stati mentali altrui.

Insomma, leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto che dura addirittura diversi giorni. Il cervello di un lettore sottoposto a risonanza magnetica funzionale in fase di non lettura, mostra, infatti, un aumento della connettività del lobo temporale sinistro (area associata al linguaggio), ma anche nel solco centrale che separa la corteccia motoria da quella sensitiva, il che ci fa forse comprendere perché con tanta facilità finiamo per entrare in sintonia con i protagonisti delle storie in cui siamo immersi.

In molti dialetti lombardi e alcuni emiliani il significato di "pirla" rimanda all'idea di trottola (cioè qualcuno che gironzola senza scopo) e, in effetti, la vita di chi non legge rischia di essere un po' così, magari non proprio senza scopo, ma certo con tante meno probabilità di trovarne uno.

Leggete, dunque e fate leggere i vostri figli. Chi legge, se proprio non campa cent'anni, certo può campare cento e più vite.



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Nel bestiario delle diverse difficoltà, non necessariamente organiche, che pregiudicano l’efficacia dei processi di apprendimento, un posto d'onore è spesso occupato dalla capacità o meno di ogni studente di gestire le pause.

Possiamo sostanzialmente suddividere questi soggetti in tre grandi categorie.

La prima è quella del maratoneta, colui che non fa una pausa manco a sparargli e se ne sta attaccato al libro ore e ore, finché non ha concluso ciò che deve studiare. Questa categoria, non particolarmente numerosa, tende ad aumentare i suoi adepti in prossimità di ogni verifica, esame o interrogazione quando, insane e improduttive full-immersion dell’ultimo momento, illudono lo studente di poter recuperare settimane di pigro fancazzismo o semplicemente placare l’ansia del “non mi ricordo più niente”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che questi straforzi dell’ultimo minuto non solo sono inutili, ma anche dannosi per la salute, tanto che, per essere più efficaci, si dovrebbe arrivare al fatidico ultimo giorno senza nemmeno aprire il libro -il che implica una adeguata organizzazione da parte dello studente, ma anche docenti formati che sappiano quanto sia didatticamente insensato non lasciare al discente almeno due settimane di tempo per prepararsi, cosa che sarebbe anche semplice se si soprassedesse all'ideologia esclusivamente punitiva delle interrogazioni a sorpresa a favore di quelle programmate.

La seconda categoria è quella, più che ben rappresentata, del cazzaro: colui che fa più ore di pausa che minuti di studio, quello che arriva all'ultimo minuto pensando che poi, semplicemente posando la testa sul libro, le nozioni passino per magica osmosi nel suo cerebro. A vero dire a questa categoria non sempre corrisponde un atteggiamento volontario, come potrebbe tradire il nome; a volte si tratta più semplicemente di studenti che, per vari motivi, presentano un difetto nella capacità di concentrazione, ma il risultato finale (laddove non si operi per migliorare tale lacuna) è comunque lo stesso.

La terza categoria è quella, per mia statistica meno frequentata, che dà il titolo a questo articolo: il fabbricante di pause, ovvero colui che scientemente studia e programma le pause da fare.

Quest'ultima è la categoria che maggiorante ci interessa, perché qui sta una delle più efficaci strategie per studiare bene: fare pause e farle sensate.

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Infatti, se la categoria del cazzaro che, per diversi motivi, naviga nel multiverso della pause, virando da una distrazione all'altra, è evidentemente disfunzionale ad una buona pratica di apprendimento, non diversamente lo è, come abbiamo accennato, la categoria apparentemente più adeguata del maratoneta.

Insomma, qualsivoglia estremismo è a rischio di disfunzione, quando non tracima addirittura nel patologico, e non difettano questi esempi.

In verità le pause sono fondamentali per costruire un buon metodo di studio (come per altro qualsiasi attività). Il problema è che, spesso, sono affidate al caso, cosicché -nella migliore delle situazioni- finiamo per fare pausa quando siamo stanchi, il che significa aver già compromesso la nostra efficacia.

I più virtuosi tra gli studenti con cui ho avuto la possibilità di lavorare, mi dicono: “Ma io mentre studio non mi stanco”. È vero, lo studente abituato, spesso non sente come il maratoneta la stanchezza. Peccato però che poi, a fine percorso, se non ha usato ben le sue energie, bisogna raccoglierlo con il cucchiaino.

Un esempio eclatante è stata la maratona femminile delle Olimpiadi di Londra 2012, vinte dall'etiope Tiki Gelana sulla keniota Florence Kiplagat che, in testa fino agli ultimi 5 km, forzava eccessivamente il ritmo, tanto che un crollo fisico la farà giungere al 20° posto.

Nella maratona, come nella vita, non vince solo colui che ha una condizione migliore, ma chi la sa gestire al meglio, calibrando le proprie energie. 
E per lo studio come funziona?

Per quel che concerne lo studio dobbiamo anzitutto sapere che il cervello umano, fosse anche quello del classico secchione che prende sempre il massimo dei voti, ha un tempo di concertazione che si aggira attorno ai 40/45 minuti; dopo quel tempo la sua attenzione inizia inevitabilmente a declinare e, come il maratoneta, se forza oltre quel muro, rischia solo di produrre inutile stanchezza -ogni buon docente dovrebbe saperlo e tarare le sue lezioni su questa ritmica.

La mia esperienza tuttavia mi dice che non sono molti gli studenti che riescono a tenere 45 minuti di concentrazione (di concentrazione vera!! Non a caso nel mio percorso dedicato a rendere efficace il metodo di studio -scoprilo qui- dedico una parte sostanziale proprio alle strategie per migliorare i tempi di concertazione). Stare 45 minuti incollati al libro, immersi nei suoi contenuti, non è, insomma, roba sa tutti. E' allora, anzitutto, importante sapere qual'è il nostro Punto di Disattenzione, dove -appunto- la nostra concentrazione cede. 

Farlo è semplicissimo ma, chissà perché, come molte delle cose semplici e fruttuose, pochi lo fanno. 

Prendete allora un cronometro (molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), avviatelo mentre chinate la testa sul libro e cercate di restare il più a lungo possibile immersi nello studio; quindi, quando risolleverete la testa, come emergendo dalle profondità marine, arrestate il cronometro. Sono passati cinque minuti? Dieci? Trenta? Questo è il vostro Punto di Disattenzione. 

Attenzione. E' bene sapere che non basterà una sola rilevazione. Affinché il punto di disattenzione sia il più preciso possibile, monitoratevi per una settimana e segnate tutte le misurazioni: la media dei risultati si avvicinerà maggiormente alla vostre reale capacità.

Conoscere questo dato è fondamentale e vi permetterò, da qui in poi, di non andare più a caso. 

Prima di iniziare a studiare potrete, infatti, settare un qualsiasi timer (anche in questo caso molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), esattamente sul vostro Punto di Disattenzione, sapendo che, quando suonerà, sarà il momento giusto per fare una pausa.  

A questo punto molti studenti mi chiedono, ma se è bene non superare i 45 minuti, qual'è il tetto minimo sotto il quale non dovremmo andare?
Gli studi ci dicono che studiare diventa più efficace se riusciamo a stare concertati per almeno 25 minuti. Ciò detto, qualsiasi siano i nostri tempi, ora abbiamo un grande vantaggio: conosciamo il nostro limite e, partire da quello, possiamo allenarci per migliorarlo.

Come? Semplice. Per ogni sessione di studio, aggiungi al timer 1 minuto oltre il tuo limite. Monitorati, però e non ti forzare troppo. Meglio fermarsi qualche giorno per consolidare un risultato che strafare. Vedrai che, se bene ti alleni, in poco tempo raggiungerai risultati sorprendenti. 

Una volta che hai conquistato un buon tempo di concentrazione non inferiore ai 25 minuti e non superiore ai 45, puoi quindi concederti una pausa per ogni step realizzato.  

Anche qui è bene non lasciare questo tempo al caso. Si è infatti osservato che, se il cervello ha bisogno di fare pausa, la concentrazione deve essere rinfrescata, non mandata in vacanza. Il tempo corretto di ogni pausa, affinché abbia la funzione di volano che risani e fortifichi la concentrazione, deve variare tra i 5 e i 15 minuti.

In questo lasso, non state seduti: fate due passi, bevete, guardate fuori dalla finestra cercando l'orizzonte, sgranchitevi (in un prossimo articolo ne illustrerò l'importanza) ma, soprattutto, non affaticate il vostro cervello con videogiochi, televisione o quant'altro, inutile dire quanto sarebbe controproducente. 




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Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

impara un metodo di studio efficaceAnsia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).



Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Dire che siamo animali strani non rende appieno l'idea di tale stranezza e di come il paradosso guidi, più spesso di quanto immaginiamo, non solo le nostre scelte, ma persino le nostre funzionalità più basiche.

Siamo talmente strani che più scopriamo di noi e del nostro modo di sopravvivere in questo ospitale pianeta, più comprendiamo quanto (spesso) sia vero il contrario di tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che (pure) ci ha consentito di fare grandi progressi e conquiste, così da farci credere che le nostre ipotesi fossero esatte, quando invece semplicemente funzionano, hanno funzionato... almeno fino al punto da condurci sino qui dove siamo.

Tuttavia, oggi più che mai, la gran parte delle discipline che indagano e manipolano l’umano e i suoi confini, stanno giungendo alla conclusione che per andare oltre il punto cui siamo arrivati è necessario formulare altre ipotesi, poiché i vecchi paradigmi paiono non essere più in grado di spiegare la realtà che si produce sotto i nostri occhi.

Per fare un esempio che stia nel solco di questo articolo, nel corso delle nostre ricerche e dei nostri studi, abbiamo più volte potuto osservare e poi sperimentare in ambito clinico, quanto il procedimento logico e razionale si riveli per lo più disfunzionale alla soluzione di molte delle fatiche psichiche che ci attanagliano e che, per così dire: l’uso della ragione spesso ci consegna più fregature che benefici.

impara un metodo di studio efficaceEppure siamo diventati umani sviluppando un'area del cervello che abilita proprio il super potere della ragione; area che quando è presente in altri viventi (come nei nostri più vicini scimpanzé), lo è in forma decisamente depotenziata.

Si tratta della cosiddetta "corteccia frontale ventrolaterale" e, in particolare, all'interno di questa, il "polo frontale laterale" che nell'homo sapiens sapiens sembrerebbe assolvere, in maniera unica, alcuni compiti come quelli deputati alla pianificazione strategica, al processo decisionale o al "multi-tasking".

Un’area del cervello che, a differenza delle altre, non ha legami con gli aspetti corporei o con la realtà esterna, ma fluttua in un ambiente puramente neurale, e forse per questo è capace di azzardate astrazioni e produzioni di immagini proprie, distinte da ciò che che ci circonda.

Tuttavia, questo super potere che ci ha reso capaci di gradi imprese, in molti casi ci impedisce di vedere quanto le soluzioni siano altrove, magari proprio in alcune di quelle abilità più basse che condividiamo con gli altri animali.

Questo racconta, a mio avviso, una recente ricerca pubblicata sulla rivista "Journal of Neuroscience" in cui un gruppo di scienziati ha scoperto cosa avviene quando cerchiamo di concentrarci.

Si tratta di una scoperta per noi molto importante, poiché nei nostri percorsi in cui insegniamo, a studenti di tutte le età, le più efficaci strategie per apprendere, un posto d'onore è riservato proprio alla condivisione delle tecniche di potenziamento della concentrazione -anzitutto per combattere il suo contraltare: la distrazione, forse il più grande "maleficio" che ogni giorno ci regala la società dei consumi in cui viviamo (la "distrattite", infatti, colpisce un tal numero di studenti che la comunità medico scientifica ha più o meno dovuto "inventarsi" una serie di patologie -Dsa. Adhd, etc per giustificare un così elevato numero di soggetti che, in un modo o nell'altro, faticano a tenere un adeguato focus attentivo -per inciso, questo non significa che non esistano disturbi dell'apprendimento o da deficit dell'attenzione, ma che forse dovremmo guardare più a largo raggio e non risolvere troppo facilmente un problema così diffuso attribuendo al portatore del sintomo tutte le cause del sintomo.

Come spieghiamo nei nostri corsi, al fine di migliorare le capacità di apprendimento, è anzitutto determinate distinguere due diverse tipologie di distrazione: una benefica, cui il cervello è normalmente sottoposto e che è necessario sfruttare a nostro vantaggio, e una malefica, da cui dobbiamo assolutamente liberarci.

Quest'ultima la conosciamo benissimo tutti. Generalizzando potremmo definirla “la distrazione del desiderio”, disturbo che ci devia dalla situazione su cui dovremmo essere concentrati richiamando alla mente cose più piacevoli, meno faticose e che tanto si amplifica quando un richiamo esterno la sollecita -ad esempio ogni qual volta giunge il suono (deleterio) di un nuovo messaggio sul cellulare.

È, per intenderci, quella distrazione che colpisce ogni studente che non riesce a tenere gli occhi su un libro per più di cinque minuti, ma che -chissà come- è capace di passare ore concentrato sul tablet, magari seguendo le minute istruzioni di un gioco di ruolo cui è appassionato. Ecco, è la distrazione che si attiva quando manca il piacere -ma che, tuttavia, possiamo controllare utilizzando adeguate soluzioni.

La distrazione benefica è, invece, il tema di questa nuova scoperta neuroscientifica che dimostra perché alcune tecniche che adottiamo per aumentare la concentrazione siano così efficaci.

Pare, infatti, ci sia una certa area del cervello che si attiva per predisporci ad evitare di distrarci durante l'esecuzione di una attività. Si tratta, nella fattispecie, della corteccia medio-frontale destra, i cui meccanismi cerebrali sembrerebbero dedicati a filtrare gli stimoli per così dire “irrilevanti” che giungono ai nostri sensi mentre siamo impegnati in un compito che richiede la nostra concertazione.

L'aspetto interessante che hanno individuato i ricercatori è che proprio quando gli stimoli estranei si fanno più frequenti e rilevanti che l'area si attiva più velocemente e con maggiore efficacia. Potremmo dire, insomma, che più sono disturbanti i segnali estranei all'attività che richiede la nostra attenzione, più si attivano meccanismi capaci di escludere questi segnali stimolando quindi la concentrazione stessa.

Il cervello, dunque, sembrerebbe concentrarsi tanto più velocemente e con maggiore efficacia quanto più frequenti sono presenti condizioni distrattive divergenti dalla attività principale.

Questo non significa, ovviamente, che aumenterò la mia concentrazione se studio l'ultimo capitolo di storia mentre contemporaneamente gioco alla play-station o chatto con chicchessia su whatsapp. Queste sono, invece, le distrazioni malefiche da eliminare.

Si tratta, invece, di applicare precise e adeguate tecniche che questa nuova scoperta pare certificare, dimostrando che il miglior modo di concentrarsi è imparare a distrarsi bene, paradosso che, una volta in più, racconta dello strano animale che siamo e di quanto cammino ancora abbiamo da compiere per conoscerci veramente.

 Imparo a imparare

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La mamma di Mirko e Fabiola (6 e 7 anni) mi racconta che lo scorso weekend il loro telefono cordless superdigitale è passato improvvisamente a miglior vita. Così, per non restare isolati durante il fine settimana, il papà si è ricordato di avere un vecchio telefono in soffitta, di quelli ancora con la ghiera di plastica per comporre il numero. Detto fatto, il telefono viene istallato tra la curiosità dei bambini di fronte a quel reperto paleolitico e la voglia di provarlo e raccontare ai nonni l'accaduto. Il primo che ci prova è Mirko, il più grandicello... niente da fare: "Papà, non funziona questo coso," dice. Allora è il turno di Fabiola, ma... niente: altro insuccesso. Dopo diversi tentativi, i genitori divertiti decidono di intervenire spiegando ai bambini che per comporre il numero non bisogna schiacciare, ma infilare il dito nel buco e ruotare la ghiera.

Nati digitali privi di problem solving?

La questione è più seria di quanto l'episodio non riveli. Mirko e Fabiola sono due bambini super intelligenti, due di quei bambini le cui gesta potreste sentire narrare la mattina in qualsivoglia bar limitrofo a una scuola in cui mamme e papà si radunano per il caffè dopo aver accompagnato i loro pargoli.
"Oh, dovevi vedere il mio Paolo ieri!" (commozione).
"Che ha fatto, tesoro?" (curioso stupore).
"Da non credere. Sono in cucina, sento dei rumori in sala, vado a vedere e non aveva mica acceso il computer, entrato in internet e stava guardando il suo cartone preferito su youtube?!".
"Un genio!!" conclude in visibilio l'amica, "Chissà quando diventerà grande.".

A parte consigliare alla mamma in questione di essere un po' meno eccitata e un po’ più preoccupata se il figlioletto accede così facilmente alla rete (secondo Telefono Azzurro un bambino su tre si collega a internet da solo); è necessario aggiungere con forza che Paolo, Mirko, Fabiola e tutti i cosiddetti "nativi digitali" e “mostriciattoli” simili (ad esempio i "bambini indaco", loro dirimpettai esoterici), non sono affatto dei geni o, meglio: lo sono (e lo potranno essere) esattamente come i loro coetanei di trenta, cinquanta o cent’anni fa -anche se, forse, a differenza dei loro antichi pari, corrono un rischio: l’etichetta dell’aspettativa.

un metodo di studio efficace
Era appena iniziato il nuovo millennio (2001) quando Mark Prensky coniò, in due fortunate pubblicazioni, il termine di “Digital Native” (nativi digitali) e “Digital Immigrants” (migranti digitali), ovvero coloro che sono nati in un tempo in cui Internet & Co. iniziavano a dilagare (più o meno il 1985) e coloro che, nati precedentemente, arrivano dal mondo analogico e verso il digitale devono migrare.

Il concetto, insomma, è che l’avvento di internet e dei suoi afferenti avrebbe creato due gruppi sociali distinguibili su base anagrafica i quali dovrebbero differenziarsi non solo per capacità e modalità d'uso di queste tecnologie, ma anche per il loro sistema neuronale e cognitivo plasmato (al rialzo) dall'uso delle tecnologie stesse.

Ecco quindi compiuto l’assioma: i nativi digitali sono cognitivamente migliori dei loro passati coetanei e, quindi, dei loro padri. Dei geni, insomma, che già a 3 anni sanno accedere a YouTube (e poco dopo a YouPorn). Fa niente se poi, davanti a un telefono con ghiera, finiscono per fare la figura di un decerebrato, se paiono mancare di capacità pragmatiche e di problem solving perché assuefatti a schiacciare un bottone affinché si compia il miracolo di qualsivoglia soluzione.

I figli del digitale non sono dunque dei geni (smettiamo di pensarlo, sarà un bene soprattutto per loro). Essi rispondono compiutamente agli stimoli di una società ricca di opportunità (anche alimentari, per dirne una) che nutre e mette in moto particolari aree del cervello ma che corre il rischio di privarne altre se, appunto, non facciamo lo sforzo di aiutare questa generazione ad uscire dall'isolamento delle tecnologie quale unico (o quasi) contenitore esperienziale.

Quando, infatti, si cresce aspettandosi che tutto funzioni schiacciando un tasto (“in tempo reale”), si rischia di perdere di vista la processualitá delle cose, quella che il digitale nasconde in un’algoritmo accessibile solo a pochi adepti, una stringa non smontabile come potrebbe essere una sveglia a ingranaggi o una macchinina a molla. Forse per questo lo strumento tecnologico è spesso oggetto più di consultazione che di produzione, determinandone quindi un uso passivo e acritico che ha poi una forte incidenza anche nella vita reale. 

Le abitudini digitali hanno cambiano e stanno cambiando la nostra relazione con la realtà facendo insorgere nei nostri ragazzi una sempre più diffusa incapacità ad attendere, cui si giustappone un comunicare sempre più frammentato, fatto per lo più di parole d’ordine e scorciatoie, elementi che giungono a influenzare, tra gli altri, la produzione e la lettura di testi, ma anche le relazioni sociali, sempre più consumate nel segno dell’immediatezza.

Forse per questo nelle esclusive scuole della Silicon Valley, quelle frequentate dai figli dei grandi manager di Google, Apple, Microsoft etc., non si tocca un computer, un tablet o uno smartphone prima delle ultime classi scolastiche, mente si abusa di lavagne, gessi colorati, oggetti e materiali per apprendere a esercitare la fisicità e la fantasia.

In un sevizio del New York Times di qualche anno fa, uno dei manager che dalla valle del silicio plasmano il nostro radioso futuro ipertecnologico, dichiarava che l’idea che un tablet potesse aiutare il proprio figlio ad apprendere era semplicemente ridicola, mentre era più facile che minasse le sue capacità di concentrazione -capacità spesso fragilissima in questi "nati digitali", salvo ovviamene quando sono impegnati a combattere in qualche videogame.

Senza contare che, se si va un po’ più a fondo degli slogan utili al merchandising, si scopre che questi "nati digitali" computer e affini non li padroneggiano affatto. Secondo un'indagine dell’Ecdl (l’ente che sovrintende i programmi delle certificazioni informatiche europee) la gran parte dei nativi digitali non possiede competenze informatiche avanzate. Anzi, peggio, forse proprio perché forti del loro esser “nati digitali”, i giovani tendono a sopravvalutare le loro capacità -uno studio del 2015 rivela, ad esempio, che mentre l’84% degli intervistati dichiara di possedere ottime o buone conoscenze del web poi, sottoposi a un test pratico, soltanto il 49% consegue risultati apprezzabili, ma comunque scarsi.

Le nuove tecnologie, ormai non più così nuove, rappresentano una straordinaria evoluzione delle possibilità umane (come scrivevo nel post: “Perché studiamo come fossimo nell'Ottocento?”), pari all'invenzione della ruota, della scrittura, della stampa, del motore a scoppio, etc. Dobbiamo imparare, soprattutto noi adulti, a non demonizzarle (come scrivevo nel post: "Smartphone for the Devil"), ma neanche a sottovalutarne gli effetti deteriori.

E nostro compito, invece, predisporre opportune attenzioni educative capaci di valorizzare gli aspetti evolutivi e costruttivi delle tecnologie digitali, senza perdere di vista le alterazioni che ogni innovazione genera proporzionalmente al suo impatto; valutando -cioè- quanto e come modifica la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo), quanto e come riduce o amplifica la struttura e la qualità dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e quanto e come ridefinisce le relazioni con gli altri e col mondo.

Il lavoro quotidiano con tante famiglie sembrerebbe raccontare che questo compito è disatteso, che le famiglie non sanno come intervenire per valorizzare un uso positivo delle tecnologie e limitarne gli aspetti detrattivi. Una condizione di scarso controllo e dipendenza avvolge, infatti, la vita di tanti bambini e ragazzi compromessi da una caduta verificale di abilità cognitive che il digitale non può sostituire e che, se oggi hanno un loro primo impatto sulla scuola, domani rischiano di incidere sulle opportunità di determinare il loro destino.

Dice Charlie Chaplin che non puoi trovare un arcobaleno se guardi in basso. Questo penso quando vedo tutti quei bambini e quei ragazzi (e, ahimè, tanti adulti) con gli occhi incollati ai vari dispositivi elettronici. Siamo diventati umani conquistando la postura eretta e, da quell'altura, abbiamo potuto vedere l'orizzonte, immaginare che, oltre quel punto laggiù, ci fosse qualcosa, qualcuno che valesse la pena raggiungere, magari solo la bellezza gratuita di un arcobaleno... il futuro.

Ognuno tragga le sue conclusioni.


-------- ALCUNE ATTENZIONI PRATICHE --------

Descriviamo di seguito alcune situazioni che spesso si presentano nel lavoro con le famiglie e che rappresentano un campanello d'allarme, suonato il quale, è forse importante pensare di intervenire con opportune strategie rieducative.

Una delle prime questioni da tenere sott'occhio è il tempo che bambini e ragazzi trascorrono in rete o videogiocando. In linea di massima, quando nostro figlio supera le due ore attaccato a pc, tablet o smartphone è senz'altro il caso di ridurre l'esposizione, sopra le tre ore è consigliabile intervenire. Se poi notate che, addirittura, tende a rimandare altre attività come frequentare gli amici, fare sport, dormire, mangiare o altro, allora è doveroso iniziare a preoccuparsi.

Altra situazione da prendere in esame riguarda
l'aspetto emotivo. Se osserviamo che nostro figlio attende con eccessiva ansia il momento in cui prendere possesso della rete o del viodeogioco, tanto che un possibile ritardo o l'impossibilità di farlo gli provoca irritazione, nervosismo o ingiustificati scatti di rabbia; oppure se gli è insopportabile qualsiasi interruzione, allora è consigliabile pensare di intervenire. 


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