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Chiunque sia dotato di un sistema cerebrale minimamente funzionante, sa che per capire un concetto bisogna anzitutto acquisirlo e che uno dei modi efficaci per farlo è ascoltare qualcuno che ce lo spiega.

Eppure, uno degli errori più ricorrenti che, durante i miei corsi, riferiscono bambini, ragazzi e giovani universitari che desiderano migliorare il loro apprendimento, è proprio legato alle difficoltà di ascolto, nel senso che in aula non riescono ad ascoltare, non ascoltano o, bene che vada, ascoltano male.

Nei processi di apprendimento intenzionale applichiamo per lo più tre tipi di memoria: quella visiva, quella auditiva e quella cinestesica. Ognuno di noi, per esperienze e costituzione, privilegia poi una di queste ma, di fatto, non solo le usiamo tutte e tre, ma dovremmo imparare a sfruttarle tutte e tre, per aumentare la nostra performance (non a caso, nel nostro corso condividiamo diverse tecniche in questo senso).

Ciò detto, capite bene che saltare a piè pari una di queste modalità o comprometterle, qualsivoglia sia la motivazione, riduce fortemente la possibilità di apprendere o, per bene che vada, aumenta decisamente i tempi di studio: uno su tutti quello casalingo, dove troppi studenti passano molto più tempo di quanto necessiterebbe, a discapito della loro felicità (quando non della loro salute) e, quindi, del loro impegno scolastico -studenti che si mordono la coda.

La domanda che delucida questo concetto e che spesso riporto ai miei corsisti è la seguente: “Potreste pensare di studiare la caduta dell’impero romano senza aprire e leggere il libro di storia?”, a parte i casi disperati che mi rispondono “Sì”, ovviamente non è possibile. Solo che in questo caso l’impossibilità ci sembra scontata, mentre non ci sembra altrettanto scontata quando eviriamo o compromettiamo l’ascolto nei nostri processi di apprendimento.

Lavora, in questo senso, l’immagine ottocentesca delle “sudate carte”, con il povero studente chino su tomi di libri, mentre la sua vita scorre senza gioie.

impara un metodo di studio efficaceQuesta immagine, che ha influenzato generazioni e generazioni di studenti, non solo è triste, ma è anche falsa e la scuola per prima (ne fosse a conoscenza) dovrebbe combatterla. Essa, infatti, riferisce un modello centrato sulla apprendimento visivo, in particolare visivo-verbale, ma esclude il fatto che, per apprendere, sia importante anche ascoltare e muoversi (vedi il post: “La memoria vien correndo”).

Qualche tempo fa, in un’intervista, Paola Mastracola, insegnante e scrittrice, che pure stimo e con cui non di rado concordo, definiva così la pratica dello studio: “Quella cosa particolarissima per cui uno sta fermo per ore e ore, chiuso in casa, seduto e, possibilmente, solo, a fare una cosa che non si vede e che, apparentemente, è veramente del tutto inutile: cioè fare entrare parole nella mente, in modo che poi uno le sa e non ha più bisogno di supporti.”.

Nooooooooooo!!!!!

Ecco distrutte in cinque righe decenni di ricerche neuroscentifiche.

C’è, infatti, nell'affermazione della Mastracola, tutto quello che uno studente, secondo ciò che ad oggi sappiamo sul funzionamento del cervello, non dovrebbe fare: “stare fermo” (evirando la memoria cinestesica, senza contare che le ricerche ci indicano che studiare in movimento aumenta notevolmente la memorizzazione); “per ore e ore” (i tempi dello studio dovrebbero essere ripartiti per step da 30/40 minuti e mai per ore e ore affaticando inutilmente il cervello); “chiuso in casa” (l’ossigenazione e la luce naturale sono fondamentali, tanto che sarebbe assolutamente più efficace studiare all'aperto); “seduto” (studiare in piedi è più efficace perché aumenta la concentrazione); “possibilmente solo” (studiare in gruppo o almeno in due -cooperative learning- favorisce lo scambio delle informazioni); “a fare una cosa che non serve” (mancava solo il venir meno della motivazione, che è un altro tassello fondamentale dell’apprendimento); e, per finire in bellezza: “non ha più bisogno di supporti” (mentre il supporto informatico diviene sempre più determinate per collocare le informazioni e lo studente può ampliare a dismisura il suo sapere, poiché la logica non è più quella di incamerare informazioni ma sapere come e dove andarle a cercare).

E striamo parlando di una valida professoressa di liceo, come sa chi ha letto i suoi libri. Tuttavia, come bene si evince, emerge ancora quell’immagine depressa e deprimente dello studente sulle sue “sudate carte”.

E, in effetti, questa immagine è tanto potente che, chiunque senta la frase: “Devi studiare”, subito ad essa ricorre, mentre a nessuno allo stesso richiamo sorge l’immagine di uno studente sorridente che in aula ascolta il docente che spiega.

La questione, dunque, è proprio questa: nelle nostre menti raramente studiare è associato ad ascoltare. L’ascolto, mediamente quello cui partecipiamo dai banchi di scuola, è per lo più pensato come un momento in cui qualcuno, che la sa più lunga di noi su un determinato argomento, ce lo delucida.

La tragedia è che, questa distorsione, è spesso propria anche di molti insegnati che, se sapessero davvero e fino in fondo che, mentre spiegano, i loro studenti stanno studiando (o potrebbero studiare), adotterebbero tutt'altro modo di fare lezione (ad esempio la teatralità -non a caso il lamento più ricorrente dello studente che non ascolta è perché si annoia e/o perché si distrae),

Un buon metodo di studio deve quindi necessariamente prevedere l’ascolto, non come momento passivo di delucidazione dei contenuti, ma come momento attivo, parte integrante dello studio: Come farci meglio ascoltare dagli studenti, come meglio e più efficacemente ascoltare i docenti, quali tecniche e strategie ci aiutano in questo senso, è uno dei vari temi che trattiamo nel nostro corso.




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“Qual è la cosa che ti piace di più. La cosa che, potendo, non smetteresti mai di fare?”.

Sottopongo spesso le persone che si affidano alle mie cure a questo piccolo test la prima volta che le incontro. Una domanda che, ovviamente, non ha alcun intento diagnostico (e non lo vuole avere), ma le cui risposte, come potete intuire, possono essere foriere di tante interessanti riflessioni.

Ci sono, ad esempio, coloro che non sanno che dire perché nulla li entusiasma, o quelli che non sanno che dire perché, al contrario, troppe cose li appassionano e faticano a scegliere. Ci sono poi le risposte che sottolineano le tendenze di un’epoca. Quelle che, invece, caratterizzano l'età dell’interrogato e quelle che ne divergono proiettandolo in un altrove anagrafico. Oppure ci sono le risposte bizzarre, che meritano una loro considerazione a se stante per la loro irrilevanza statistica… Insomma, ogni restituzione abbozza un mondo (quello del curato) e stimola il flusso di un disegno a me fondamentale per poterli al meglio aiutare.

Nel corso degli anni ho potuto così stilare una piccola classifica misurando le corrispondenze tra queste tendenze e la capacità del soggetto di rendere efficaci gli stimoli terapeutici, abbassando le resistenze e favorendo il cambiamento.

Stravince, tra tutte le possibili risposte, quella di coloro che hanno un rapporto di autentico godimento e profonda interazione con l’arte, disposizione che però riguarda un numero davvero esiguo di persone; mentre risulta statisticamente più rilevante e non meno efficace chi matura questo rapporto con una particolare porzione del grande contenitore “Arte”, ovvero quella della narrativa.

Uscire dalla relazione prettamente estetica, storico-critica o contemplativa con l’arte, per acquisirne i profondi benefici esistenziali cui rimanda, è -infatti- passaggio assai complesso, cui difficilmente si giunge senza il supporto di un percorso specifico. La narrativa, invece, per sua naturale caratteristica, trascina più facilmente il lettore in quegli stessi anfratti in cui l’arte dispone i suoi intrugli medicamentosi.

Non che i non-lettori siano destinati a fallire nella relazione terapeutica, per carità (i nostri interventi hanno una media di successo attorno all’87% lettori o non lettori che siano) ma, senz'altro, questa mia piccola personale indagine, racconta che i lettori hanno diverse chances in più per uscire vittoriosi dal loro malessere o, comunque, per uscirne più in fretta.

Per chi ha potuto riflettere sui significati profondi della narrativa non sarà certo una sorpresa. Già Umberto Eco marcava la profonda differenza tra “un lettore” è “Il Lettore”: il primo consuma le pagina per passatempo, il secondo si porta per sempre incise nella schiena le pugnalate inflettigli dal Bruto shakespeariano -figurarsi il non lettore.
impara un metodo di studio efficace
Questi segni che la narrazione sa lasciare nel Lettore con la “L” maiuscola (colui che partecipa attivamente ai drammi e alle gioie della trama, tanto da con-fondersi in essa), costituiscono una vera e propria mitobiografia: un surplus di esistenza e di esistenze pseudovirtuali che si aggiungono alla vita, per così dire, «reale» e ne espandono le esperienze emotive, visive, mnemoniche, oltre i limitati spazi del corpo fisico.

Leggere, in questo senso, non è dunque solo un piacere dei sensi, un piacere estetico, ma la possibilità profonda di evadere la nostra esistenza oltre i confini dello spazio e del tempo, del possibile e del reale. Grazie alla lettura posso naufragare su un’isola deserta e imparare, come Robinson Crusoe, a gestire le fatiche della sopravvivenza; posso attraversare le galassie a bordo dell’Arkadia di Isac Asimov, perdere la vita in un carcere del Kansas insieme al Perry Edward Smith di Truman Capote, o con l’Achille di Omero nella guerra di Troia.

Questo surplus di vita, che la “vita reale” non sarà mai in grado di restituire, costituisce (come immagino sia facilmente comprensibile) un patrimonio inestimabile di opportunità strategiche, di capacità risolutive, di alternative efficaci, tanto più valide in quelle situazioni in cui, per diversi motivi, incontriamo un ostacolo, inciampiamo, finiamo in una delle tante possibili buche che la vita ci riserva e, allora, da lì, dobbiamo ingegnarci per costruire un qualche tipo di scala che ci permetta di tornare in superficie o, come nel caso della terapia, dobbiamo sfruttare adeguatamente le scale che il terapista costruisce per noi, affinché si possa tornare a riprendere il cammino del benessere.

Come molti studi hanno testimoniato, leggere non è semplicemente un’attività che stimola la nostra immaginazione o le nostre emozioni, così come riduttivamente si tende a credere. La risonanza magnetica funzionale del cervello ha evidenziato come, durante la lettura, diminuiscono i picchi di stress e aumenta la condizione di relax, con una percentuale addirittura superiore all'ascolto della musica o al camminare.

Se, invece, leggiamo una metafora che in qualche modo si riferisce ad esperienze tattili, ecco che si attivano le stesse regioni del cervello che sono implicate quando tocchiamo realmente qualcosa.

Stessa cosa accade con le aree del cervello deputate a produrre i processi empatici e la cosiddetta “intelligenza emotiva”, amplificando quella “teoria della mente” che è alla base della nostra capacità di intuire e capire gli stati mentali altrui.

Insomma, leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto che dura addirittura diversi giorni. Il cervello di un lettore sottoposto a risonanza magnetica funzionale in fase di non lettura, mostra, infatti, un aumento della connettività del lobo temporale sinistro (area associata al linguaggio), ma anche nel solco centrale che separa la corteccia motoria da quella sensitiva, il che ci fa forse comprendere perché con tanta facilità finiamo per entrare in sintonia con i protagonisti delle storie in cui siamo immersi.

In molti dialetti lombardi e alcuni emiliani il significato di "pirla" rimanda all'idea di trottola (cioè qualcuno che gironzola senza scopo) e, in effetti, la vita di chi non legge rischia di essere un po' così, magari non proprio senza scopo, ma certo con tante meno probabilità di trovarne uno.

Leggete, dunque e fate leggere i vostri figli. Chi legge, se proprio non campa cent'anni, certo può campare cento e più vite.



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Nel bestiario delle diverse difficoltà, non necessariamente organiche, che pregiudicano l’efficacia dei processi di apprendimento, un posto d'onore è spesso occupato dalla capacità o meno di ogni studente di gestire le pause.

Possiamo sostanzialmente suddividere questi soggetti in tre grandi categorie.

La prima è quella del maratoneta, colui che non fa una pausa manco a sparargli e se ne sta attaccato al libro ore e ore, finché non ha concluso ciò che deve studiare. Questa categoria, non particolarmente numerosa, tende ad aumentare i suoi adepti in prossimità di ogni verifica, esame o interrogazione quando, insane e improduttive full-immersion dell’ultimo momento, illudono lo studente di poter recuperare settimane di pigro fancazzismo o semplicemente placare l’ansia del “non mi ricordo più niente”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che questi straforzi dell’ultimo minuto non solo sono inutili, ma anche dannosi per la salute, tanto che, per essere più efficaci, si dovrebbe arrivare al fatidico ultimo giorno senza nemmeno aprire il libro -il che implica una adeguata organizzazione da parte dello studente, ma anche docenti formati che sappiano quanto sia didatticamente insensato non lasciare al discente almeno due settimane di tempo per prepararsi, cosa che sarebbe anche semplice se si soprassedesse all'ideologia esclusivamente punitiva delle interrogazioni a sorpresa a favore di quelle programmate.

La seconda categoria è quella, più che ben rappresentata, del cazzaro: colui che fa più ore di pausa che minuti di studio, quello che arriva all'ultimo minuto pensando che poi, semplicemente posando la testa sul libro, le nozioni passino per magica osmosi nel suo cerebro. A vero dire a questa categoria non sempre corrisponde un atteggiamento volontario, come potrebbe tradire il nome; a volte si tratta più semplicemente di studenti che, per vari motivi, presentano un difetto nella capacità di concentrazione, ma il risultato finale (laddove non si operi per migliorare tale lacuna) è comunque lo stesso.

La terza categoria è quella, per mia statistica meno frequentata, che dà il titolo a questo articolo: il fabbricante di pause, ovvero colui che scientemente studia e programma le pause da fare.

Quest'ultima è la categoria che maggiorante ci interessa, perché qui sta una delle più efficaci strategie per studiare bene: fare pause e farle sensate.

impara un metodo di studio efficace
Infatti, se la categoria del cazzaro che, per diversi motivi, naviga nel multiverso della pause, virando da una distrazione all'altra, è evidentemente disfunzionale ad una buona pratica di apprendimento, non diversamente lo è, come abbiamo accennato, la categoria apparentemente più adeguata del maratoneta.

Insomma, qualsivoglia estremismo è a rischio di disfunzione, quando non tracima addirittura nel patologico, e non difettano questi esempi.

In verità le pause sono fondamentali per costruire un buon metodo di studio (come per altro qualsiasi attività). Il problema è che, spesso, sono affidate al caso, cosicché -nella migliore delle situazioni- finiamo per fare pausa quando siamo stanchi, il che significa aver già compromesso la nostra efficacia.

I più virtuosi tra gli studenti con cui ho avuto la possibilità di lavorare, mi dicono: “Ma io mentre studio non mi stanco”. È vero, lo studente abituato, spesso non sente come il maratoneta la stanchezza. Peccato però che poi, a fine percorso, se non ha usato ben le sue energie, bisogna raccoglierlo con il cucchiaino.

Un esempio eclatante è stata la maratona femminile delle Olimpiadi di Londra 2012, vinte dall'etiope Tiki Gelana sulla keniota Florence Kiplagat che, in testa fino agli ultimi 5 km, forzava eccessivamente il ritmo, tanto che un crollo fisico la farà giungere al 20° posto.

Nella maratona, come nella vita, non vince solo colui che ha una condizione migliore, ma chi la sa gestire al meglio, calibrando le proprie energie. 
E per lo studio come funziona?

Per quel che concerne lo studio dobbiamo anzitutto sapere che il cervello umano, fosse anche quello del classico secchione che prende sempre il massimo dei voti, ha un tempo di concertazione che si aggira attorno ai 40/45 minuti; dopo quel tempo la sua attenzione inizia inevitabilmente a declinare e, come il maratoneta, se forza oltre quel muro, rischia solo di produrre inutile stanchezza -ogni buon docente dovrebbe saperlo e tarare le sue lezioni su questa ritmica.

La mia esperienza tuttavia mi dice che non sono molti gli studenti che riescono a tenere 45 minuti di concentrazione (di concentrazione vera!! Non a caso nel mio percorso dedicato a rendere efficace il metodo di studio -scoprilo qui- dedico una parte sostanziale proprio alle strategie per migliorare i tempi di concertazione). Stare 45 minuti incollati al libro, immersi nei suoi contenuti, non è, insomma, roba sa tutti. E' allora, anzitutto, importante sapere qual'è il nostro Punto di Disattenzione, dove -appunto- la nostra concentrazione cede. 

Farlo è semplicissimo ma, chissà perché, come molte delle cose semplici e fruttuose, pochi lo fanno. 

Prendete allora un cronometro (molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), avviatelo mentre chinate la testa sul libro e cercate di restare il più a lungo possibile immersi nello studio; quindi, quando risolleverete la testa, come emergendo dalle profondità marine, arrestate il cronometro. Sono passati cinque minuti? Dieci? Trenta? Questo è il vostro Punto di Disattenzione. 

Attenzione. E' bene sapere che non basterà una sola rilevazione. Affinché il punto di disattenzione sia il più preciso possibile, monitoratevi per una settimana e segnate tutte le misurazioni: la media dei risultati si avvicinerà maggiormente alla vostre reale capacità.

Conoscere questo dato è fondamentale e vi permetterò, da qui in poi, di non andare più a caso. 

Prima di iniziare a studiare potrete, infatti, settare un qualsiasi timer (anche in questo caso molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), esattamente sul vostro Punto di Disattenzione, sapendo che, quando suonerà, sarà il momento giusto per fare una pausa.  

A questo punto molti studenti mi chiedono, ma se è bene non superare i 45 minuti, qual'è il tetto minimo sotto il quale non dovremmo andare?
Gli studi ci dicono che studiare diventa più efficace se riusciamo a stare concertati per almeno 25 minuti. Ciò detto, qualsiasi siano i nostri tempi, ora abbiamo un grande vantaggio: conosciamo il nostro limite e, partire da quello, possiamo allenarci per migliorarlo.

Come? Semplice. Per ogni sessione di studio, aggiungi al timer 1 minuto oltre il tuo limite. Monitorati, però e non ti forzare troppo. Meglio fermarsi qualche giorno per consolidare un risultato che strafare. Vedrai che, se bene ti alleni, in poco tempo raggiungerai risultati sorprendenti. 

Una volta che hai conquistato un buon tempo di concentrazione non inferiore ai 25 minuti e non superiore ai 45, puoi quindi concederti una pausa per ogni step realizzato.  

Anche qui è bene non lasciare questo tempo al caso. Si è infatti osservato che, se il cervello ha bisogno di fare pausa, la concentrazione deve essere rinfrescata, non mandata in vacanza. Il tempo corretto di ogni pausa, affinché abbia la funzione di volano che risani e fortifichi la concentrazione, deve variare tra i 5 e i 15 minuti.

In questo lasso, non state seduti: fate due passi, bevete, guardate fuori dalla finestra cercando l'orizzonte, sgranchitevi (in un prossimo articolo ne illustrerò l'importanza) ma, soprattutto, non affaticate il vostro cervello con videogiochi, televisione o quant'altro, inutile dire quanto sarebbe controproducente. 




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Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

impara un metodo di studio efficaceAnsia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).



Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Dire che siamo animali strani non rende appieno l'idea di tale stranezza e di come il paradosso guidi, più spesso di quanto immaginiamo, non solo le nostre scelte, ma persino le nostre funzionalità più basiche.

Siamo talmente strani che più scopriamo di noi e del nostro modo di sopravvivere in questo ospitale pianeta, più comprendiamo quanto (spesso) sia vero il contrario di tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che (pure) ci ha consentito di fare grandi progressi e conquiste, così da farci credere che le nostre ipotesi fossero esatte, quando invece semplicemente funzionano, hanno funzionato... almeno fino al punto da condurci sino qui dove siamo.

Tuttavia, oggi più che mai, la gran parte delle discipline che indagano e manipolano l’umano e i suoi confini, stanno giungendo alla conclusione che per andare oltre il punto cui siamo arrivati è necessario formulare altre ipotesi, poiché i vecchi paradigmi paiono non essere più in grado di spiegare la realtà che si produce sotto i nostri occhi.

Per fare un esempio che stia nel solco di questo articolo, nel corso delle nostre ricerche e dei nostri studi, abbiamo più volte potuto osservare e poi sperimentare in ambito clinico, quanto il procedimento logico e razionale si riveli per lo più disfunzionale alla soluzione di molte delle fatiche psichiche che ci attanagliano e che, per così dire: l’uso della ragione spesso ci consegna più fregature che benefici.

impara un metodo di studio efficaceEppure siamo diventati umani sviluppando un'area del cervello che abilita proprio il super potere della ragione; area che quando è presente in altri viventi (come nei nostri più vicini scimpanzé), lo è in forma decisamente depotenziata.

Si tratta della cosiddetta "corteccia frontale ventrolaterale" e, in particolare, all'interno di questa, il "polo frontale laterale" che nell'homo sapiens sapiens sembrerebbe assolvere, in maniera unica, alcuni compiti come quelli deputati alla pianificazione strategica, al processo decisionale o al "multi-tasking".

Un’area del cervello che, a differenza delle altre, non ha legami con gli aspetti corporei o con la realtà esterna, ma fluttua in un ambiente puramente neurale, e forse per questo è capace di azzardate astrazioni e produzioni di immagini proprie, distinte da ciò che che ci circonda.

Tuttavia, questo super potere che ci ha reso capaci di gradi imprese, in molti casi ci impedisce di vedere quanto le soluzioni siano altrove, magari proprio in alcune di quelle abilità più basse che condividiamo con gli altri animali.

Questo racconta, a mio avviso, una recente ricerca pubblicata sulla rivista "Journal of Neuroscience" in cui un gruppo di scienziati ha scoperto cosa avviene quando cerchiamo di concentrarci.

Si tratta di una scoperta per noi molto importante, poiché nei nostri percorsi in cui insegniamo, a studenti di tutte le età, le più efficaci strategie per apprendere, un posto d'onore è riservato proprio alla condivisione delle tecniche di potenziamento della concentrazione -anzitutto per combattere il suo contraltare: la distrazione, forse il più grande "maleficio" che ogni giorno ci regala la società dei consumi in cui viviamo (la "distrattite", infatti, colpisce un tal numero di studenti che la comunità medico scientifica ha più o meno dovuto "inventarsi" una serie di patologie -Dsa. Adhd, etc per giustificare un così elevato numero di soggetti che, in un modo o nell'altro, faticano a tenere un adeguato focus attentivo -per inciso, questo non significa che non esistano disturbi dell'apprendimento o da deficit dell'attenzione, ma che forse dovremmo guardare più a largo raggio e non risolvere troppo facilmente un problema così diffuso attribuendo al portatore del sintomo tutte le cause del sintomo.

Come spieghiamo nei nostri corsi, al fine di migliorare le capacità di apprendimento, è anzitutto determinate distinguere due diverse tipologie di distrazione: una benefica, cui il cervello è normalmente sottoposto e che è necessario sfruttare a nostro vantaggio, e una malefica, da cui dobbiamo assolutamente liberarci.

Quest'ultima la conosciamo benissimo tutti. Generalizzando potremmo definirla “la distrazione del desiderio”, disturbo che ci devia dalla situazione su cui dovremmo essere concentrati richiamando alla mente cose più piacevoli, meno faticose e che tanto si amplifica quando un richiamo esterno la sollecita -ad esempio ogni qual volta giunge il suono (deleterio) di un nuovo messaggio sul cellulare.

È, per intenderci, quella distrazione che colpisce ogni studente che non riesce a tenere gli occhi su un libro per più di cinque minuti, ma che -chissà come- è capace di passare ore concentrato sul tablet, magari seguendo le minute istruzioni di un gioco di ruolo cui è appassionato. Ecco, è la distrazione che si attiva quando manca il piacere -ma che, tuttavia, possiamo controllare utilizzando adeguate soluzioni.

La distrazione benefica è, invece, il tema di questa nuova scoperta neuroscientifica che dimostra perché alcune tecniche che adottiamo per aumentare la concentrazione siano così efficaci.

Pare, infatti, ci sia una certa area del cervello che si attiva per predisporci ad evitare di distrarci durante l'esecuzione di una attività. Si tratta, nella fattispecie, della corteccia medio-frontale destra, i cui meccanismi cerebrali sembrerebbero dedicati a filtrare gli stimoli per così dire “irrilevanti” che giungono ai nostri sensi mentre siamo impegnati in un compito che richiede la nostra concertazione.

L'aspetto interessante che hanno individuato i ricercatori è che proprio quando gli stimoli estranei si fanno più frequenti e rilevanti che l'area si attiva più velocemente e con maggiore efficacia. Potremmo dire, insomma, che più sono disturbanti i segnali estranei all'attività che richiede la nostra attenzione, più si attivano meccanismi capaci di escludere questi segnali stimolando quindi la concentrazione stessa.

Il cervello, dunque, sembrerebbe concentrarsi tanto più velocemente e con maggiore efficacia quanto più frequenti sono presenti condizioni distrattive divergenti dalla attività principale.

Questo non significa, ovviamente, che aumenterò la mia concentrazione se studio l'ultimo capitolo di storia mentre contemporaneamente gioco alla play-station o chatto con chicchessia su whatsapp. Queste sono, invece, le distrazioni malefiche da eliminare.

Si tratta, invece, di applicare precise e adeguate tecniche che questa nuova scoperta pare certificare, dimostrando che il miglior modo di concentrarsi è imparare a distrarsi bene, paradosso che, una volta in più, racconta dello strano animale che siamo e di quanto cammino ancora abbiamo da compiere per conoscerci veramente.

 Imparo a imparare

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