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Ascolta: non studiare!

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Chiunque sia dotato di un sistema cerebrale minimamente funzionante, sa che per capire un concetto bisogna anzitutto acquisirlo e che uno dei modi efficaci per farlo è ascoltare qualcuno che ce lo spiega.

Eppure, uno degli errori più ricorrenti che, durante i miei corsi, riferiscono bambini, ragazzi e giovani universitari che desiderano migliorare il loro apprendimento, è proprio legato alle difficoltà di ascolto, nel senso che in aula non riescono ad ascoltare, non ascoltano o, bene che vada, ascoltano male.

Nei processi di apprendimento intenzionale applichiamo per lo più tre tipi di memoria: quella visiva, quella auditiva e quella cinestesica. Ognuno di noi, per esperienze e costituzione, privilegia poi una di queste ma, di fatto, non solo le usiamo tutte e tre, ma dovremmo imparare a sfruttarle tutte e tre, per aumentare la nostra performance (non a caso, nel nostro corso condividiamo diverse tecniche in questo senso).

Ciò detto, capite bene che saltare a piè pari una di queste modalità o comprometterle, qualsivoglia sia la motivazione, riduce fortemente la possibilità di apprendere o, per bene che vada, aumenta decisamente i tempi di studio: uno su tutti quello casalingo, dove troppi studenti passano molto più tempo di quanto necessiterebbe, a discapito della loro felicità (quando non della loro salute) e, quindi, del loro impegno scolastico -studenti che si mordono la coda.

La domanda che delucida questo concetto e che spesso riporto ai miei corsisti è la seguente: “Potreste pensare di studiare la caduta dell’impero romano senza aprire e leggere il libro di storia?”, a parte i casi disperati che mi rispondono “Sì”, ovviamente non è possibile. Solo che in questo caso l’impossibilità ci sembra scontata, mentre non ci sembra altrettanto scontata quando eviriamo o compromettiamo l’ascolto nei nostri processi di apprendimento.

Lavora, in questo senso, l’immagine ottocentesca delle “sudate carte”, con il povero studente chino su tomi di libri, mentre la sua vita scorre senza gioie.

impara un metodo di studio efficaceQuesta immagine, che ha influenzato generazioni e generazioni di studenti, non solo è triste, ma è anche falsa e la scuola per prima (ne fosse a conoscenza) dovrebbe combatterla. Essa, infatti, riferisce un modello centrato sulla apprendimento visivo, in particolare visivo-verbale, ma esclude il fatto che, per apprendere, sia importante anche ascoltare e muoversi (vedi il post: “La memoria vien correndo”).

Qualche tempo fa, in un’intervista, Paola Mastracola, insegnante e scrittrice, che pure stimo e con cui non di rado concordo, definiva così la pratica dello studio: “Quella cosa particolarissima per cui uno sta fermo per ore e ore, chiuso in casa, seduto e, possibilmente, solo, a fare una cosa che non si vede e che, apparentemente, è veramente del tutto inutile: cioè fare entrare parole nella mente, in modo che poi uno le sa e non ha più bisogno di supporti.”.

Nooooooooooo!!!!!

Ecco distrutte in cinque righe decenni di ricerche neuroscentifiche.

C’è, infatti, nell'affermazione della Mastracola, tutto quello che uno studente, secondo ciò che ad oggi sappiamo sul funzionamento del cervello, non dovrebbe fare: “stare fermo” (evirando la memoria cinestesica, senza contare che le ricerche ci indicano che studiare in movimento aumenta notevolmente la memorizzazione); “per ore e ore” (i tempi dello studio dovrebbero essere ripartiti per step da 30/40 minuti e mai per ore e ore affaticando inutilmente il cervello); “chiuso in casa” (l’ossigenazione e la luce naturale sono fondamentali, tanto che sarebbe assolutamente più efficace studiare all'aperto); “seduto” (studiare in piedi è più efficace perché aumenta la concentrazione); “possibilmente solo” (studiare in gruppo o almeno in due -cooperative learning- favorisce lo scambio delle informazioni); “a fare una cosa che non serve” (mancava solo il venir meno della motivazione, che è un altro tassello fondamentale dell’apprendimento); e, per finire in bellezza: “non ha più bisogno di supporti” (mentre il supporto informatico diviene sempre più determinate per collocare le informazioni e lo studente può ampliare a dismisura il suo sapere, poiché la logica non è più quella di incamerare informazioni ma sapere come e dove andarle a cercare).

E striamo parlando di una valida professoressa di liceo, come sa chi ha letto i suoi libri. Tuttavia, come bene si evince, emerge ancora quell’immagine depressa e deprimente dello studente sulle sue “sudate carte”.

E, in effetti, questa immagine è tanto potente che, chiunque senta la frase: “Devi studiare”, subito ad essa ricorre, mentre a nessuno allo stesso richiamo sorge l’immagine di uno studente sorridente che in aula ascolta il docente che spiega.

La questione, dunque, è proprio questa: nelle nostre menti raramente studiare è associato ad ascoltare. L’ascolto, mediamente quello cui partecipiamo dai banchi di scuola, è per lo più pensato come un momento in cui qualcuno, che la sa più lunga di noi su un determinato argomento, ce lo delucida.

La tragedia è che, questa distorsione, è spesso propria anche di molti insegnati che, se sapessero davvero e fino in fondo che, mentre spiegano, i loro studenti stanno studiando (o potrebbero studiare), adotterebbero tutt'altro modo di fare lezione (ad esempio la teatralità -non a caso il lamento più ricorrente dello studente che non ascolta è perché si annoia e/o perché si distrae),

Un buon metodo di studio deve quindi necessariamente prevedere l’ascolto, non come momento passivo di delucidazione dei contenuti, ma come momento attivo, parte integrante dello studio: Come farci meglio ascoltare dagli studenti, come meglio e più efficacemente ascoltare i docenti, quali tecniche e strategie ci aiutano in questo senso, è uno dei vari temi che trattiamo nel nostro corso.




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